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Introduzione
Nell’anno 1533
Caterina de’ Medici, nipote di papa Clemente VII
e duchessa d’Urbino, va sposa al futuro re di
Francia Enrico II.
I due giovani si
incontrano a Marsiglia, ambedue quattordicenni,
lei piccola, tozza, goffa e impacciata, lui già
con un’amante di vent’anni più anziana. Tra loro
non scoccherà mai la scintilla della passione.
Caterina ha al
suo seguito damigelle di corte, gendarmi
papalini, nobildonne, e il suo profumiere di
fiducia, Renato Bianco, che i francesi più tardi
indicheranno con l’appellativo di René le
Florentin.
René fa conoscere
il profumo ai francesi che lo colmano di onori e
ricchezze. Per loro crea essenze sublimi e
letali veleni con i quali impregna gli indumenti
dei suoi nemici che muoiono tra atroci tormenti
dopo averli indossati.
È uno dei
consiglieri di Caterina e tra gli istigatore
della strage di San Bartolomeo, in cui vennero
uccisi, nella notte tra 23 e il 24 Agosto 1572,
migliaia di Ugonotti.
Alla morte di
Caterina, René Le Florentin cade in disgrazia,
viene imprigionato, ma riesce misteriosamente a
evadere.
Di lui si perde
ogni traccia, finché...
*****
Il
sogno era sempre lo stesso. Si trovava in una
grande stanza con soffitto a volta e pareti
prive di intonaco. Non vi erano porte per
entrare o uscire dal vasto ambiente e la luce
del giorno penetrava da una finestra posta così
in alto che nessuno si sarebbe potuto affacciare
per guardare all'esterno.
La finestra,
protetta da una massiccia feritoia, era
sigillata da una vetrata istoriata con figure
colorate e piombate. Il rettangolo di luce che
filtrava colpiva una minuta figura femminile con
indosso un abito bianco da infante, in piedi
accanto al muro, che dondolava su se stessa.
Il vestitino, con
la gonna rigonfia, era adorno di grandi fiocchi
e nastri rosa stretti attorno alla vita. Tra le
mani la piccina teneva qualcosa di rotondo,
forse una palla. L'immagine aveva qualcosa
d'inquietante, probabilmente dovuta al sorriso
furbesco e malizioso, o agli occhi, mezzo
coperti dai capelli, che lo fissavano in maniera
provocante.
Si sentiva
attratto da quella figura, e fece alcuni passi
verso di lei. A mano a mano che si avvicinava si
rendeva conto, però, che la bambina era una
vecchia e l'innocente abito che indossava
strideva con l'evidente tarda età. La stanza che
solo pochi istanti prima gli era sembrata vuota
ospitava ora un letto in ferro -una branda
militare- sotto alla quale stava accucciata e
incatenata una belva. La vecchia sorrideva
piegando il capo di lato, e così facendo i
capelli le coprivano ancora di più il volto,
finché le mani si aprirono e l'oggetto che
teneva cadde sul pavimento rotolando ai suoi
piedi. Lui chinò lo sguardo e gli sembrò di
scorgere la testa mozzata di un uomo. La belva
strattonò la catena e ruggì mentre la stanza si
riempiva di una moltitudine di persone
silenziose, entrate da chissà dove, uomini e
donne con vesti lise e polverose.
Era consapevole
di essere in un sogno e si sforzò di aprire gli
occhi e destarsi. Una delle figure dietro di lui
posò una mano sulla sua spalla e avvicinate le
labbra all'orecchio gli sussurrò alcune parole.
Cercò di voltarsi ma le membra, divenute rigide
e pesanti, non rispondevano alla sua volontà
Anche senza vedere chi lo tratteneva e senza
ricordare il suo volto o il suo nome conosceva
quella persona. Un'altra volta, in qualche luogo
e in qualche tempo gli aveva parlato. Quel
bisbiglio insistente era rivelatore di un
elemento essenziale del suo destino, ma lui non
riusciva a cogliere altro che un biascichìo
indistinto. Se solo l'interlocutore avesse
alzato la voce, avrebbe compreso il significato
di quelle frasi. “Più voce, più voce…” cercò di
articolare, ma le membra rimanevano rigide e,
nonostante gli sforzi, le labbra restavano
serrate.
La mano scosse la
spalla due, tre volte.
“Signore,
signore...” L'uomo spalancò gli occhi e con uno
scatto sollevò la testa dal cuscino.
Un vecchio dal
muso secco e rugoso lo scrutava, chino a pochi
centimetri dal suo viso. Lui fissò attonito,
come se la vedesse per la prima volta, la figura
minuta, dalle membra asciutte e incartapecorite,
che palesava una antica vecchiaia.
“Avete avuto
l'incubo,” disse il vecchio con voce piana.
L'uomo faticava a
prendere coscienza mentre negli occhi sbarrati
si dissolveva l'ultima ombra di terrore. Il
domestico esaminò a sua volta i tratti del
padrone come a scoprire, nell'espressione
affannata, una traccia del sogno appena
interrotto. Poi si rizzò sul busto, andò alla
finestra, scosse i pesanti tendaggi e premette
il pulsante per avviare il motore elettrico che,
con un lieve cigolio, sollevò gli avvolgibili.
La luce del mattino invase la stanza. L'uomo si
lasciò cadere all'indietro e sprofondò il capo
nel cuscino alzando una mano a proteggere gli
occhi per l'improvviso bagliore. Mentre
s'acquietava l'ansia che sempre quel sogno
produceva nel suo animo, osservò dal letto le
mosse lente del vecchio. In gioventù la sua
corporatura doveva essere stata massiccia, il
fisico più tornito, ma oramai le ossa,
appesantite dagli anni, si erano incurvate
riducendone la struttura, e gli arti rinsecchiti
uscivano dai polsini della camicia come rami
inariditi di un albero. Eppure una certa potenza
traspariva da quelle membra mummificate e gli
occhi erano lucidi e luminosi.
Il domestico si
inchinò.
“La colazione è
quasi pronta,” disse, e uscì dalla camera.
Probabilmente
aveva ancora gridato. Altrimenti Basilio non
sarebbe entrato nella stanza per svegliarlo
prima di avere approntato la colazione. Un grido
che ogni volta erompeva spontaneo e convulso
dalla gola, e che nessuna volontà sapeva
trattenere.
Socchiuse gli
occhi con un fremito.
Si levò a mezzo
nel letto poggiando i gomiti dietro la schiena e
ascoltò il sordo rumore del traffico proveniente
dalla strada, che i pesanti tendaggi e le
finestre serrate avevano fino a allora attutito.
Scostò le coperte
e posò i piedi sul soffice tappeto Aubusson
gettato alla rinfusa sopra altri tappeti che
ricoprivano, da un angolo all'altro, i freddi
marmi del pavimento. La stanza era ricolma di
oggetti preziosi. Senza alcun desiderio di
renderne armoniosa la disposizione, alle pareti
pendevano dipinti di Watteau, Chardin, Millet,
Boucher, arazzi di Arras. Sotto questi erano
accatastati mobili con rare lavorazioni a onde e
impiallacciature a bois satiné.
Di lato alla
porta stavano un gruppo di divani e poltrone in
legno intagliato dorato con motivi floreali.
Dall'altra parte della stanza, di fianco al
letto, erano disposte alcune sedie e un
divanetto. Ovunque oggetti preziosi, candelabri
d'argento, ceramiche, pietre rare incastonate in
portagioielli, scatole d'oro, porcellane di
Meissen e di Sèvres, caraffe e servizi da tavola
in cristallo Baccarat e Lalique.
L'uomo, di
altezza media, mostrava un pallore
aristocratico, forse dovuto al brusco risveglio.
Il naso leggermente aquilino sopra labbra
sottili e ben disegnate davano un'impressione di
forte personalità e nello stesso tempo di
distacco e freddezza verso la quotidianità.
Indossò una leggera vestaglia di seta sul corpo
nudo, annodò la fascia sul davanti e si avvicinò
alla toeletta accanto alla finestra, dove la
luce era più intensa, quindi sedette su uno
sgabello imbottito e damascato.
Trasse un
profondo sospiro prima di guardarsi allo
specchio; quindi avvicinò lentamente il viso
all'immagine riflessa. Scrutò la pelle di lato
agli occhi, all'attaccatura del naso, agli
angoli della bocca, dove più evidenti potevano
addensarsi le piccole rughe causate
dall'invecchiamento della cute. Quanti anni
dimostrava? Trentacinque, più o meno.
Era stato più
vecchio, molto più vecchio per un lungo periodo,
quando le necessità e i tempi lo richiedevano,
ma ora quell'età gli era congeniale. Girò il
viso a destra e a sinistra, scrutando le parti
del volto meno visibili con la coda dell'occhio,
poi fissò gli occhi cerulei, sempre gli stessi
da cinquecento anni. Era pronto.
Da uno stipo
trasse un piccolo forziere, e dopo averlo
adagiato sul ripiano della toeletta lo aprì con
una chiave che teneva al collo legata a una
catenella. In un incavo dello scrigno, adagiato
tra pareti foderate di morbido velluto, il vetro
di un'ampolla lanciò un bagliore allorché venne
colpito da un frammento di luce. Le dita
dell'uomo si serrarono attorno al collo del
vetro e al suo interno l'ombra si ritrasse.
Ancora una volta il suo occhio non aveva colto
che un'impressione. Gli era parso, come accadeva
spesso, che nel liquido un fremito intorbidasse
la sostanza per la frazione di un secondo.
Alcune minuscole bolle fransero la superficie
del liquido come se un sospiro fosse stato
esalato dal fondo. Posò l'ampolla accanto al
forziere e fissò il liquido contenuto che
occupava meno di un quarto del volume del
piccolo flacone.
Ora il fluido
appariva immobile, rassicurante.
A giugno, alla
maturazione della radice della crinostata,
avrebbe dovuto ricreare il composto che oramai
stava perdendo intensità. Nei piccoli vani
all'interno del forziere erano conservate alcune
erbe e preziose radici essiccate raccolte nei
vari periodi dell'anno lungo i fossi, negli
acquitrini, nei cimiteri e nei boschi intorno
alle varie città che aveva frequentato, assieme
alle preziose composte avvolte in carta oleata
preparate con i fiori della Provenza e i petali
della Elgerisa. Amalgamando fiori freschi agli
altri elementi, nelle giuste percentuali e alle
esatte temperature, avrebbe ricreato come ogni
anno la miracolosa essenza.
Levò il sigillo
dell'ampolla e, con le mani unite a imbuto,
avvolse il collo del flacone. Affondò il viso
tra i palmi e aspirò profondamente il divino
profumo che si liberava dalla soluzione, godendo
dell'estasi che lo invadeva. Gli pareva che da
ogni molecola odorosa che si posava sulle sue
mucose olfattive erompesse l'energia che infuoca
gli astri. Sentì il calore, come un rivolo di
metallo rovente, dilagare nei polmoni,
raggiungere il cuore e dal centro del corpo
diffondersi vivificante nelle arterie, nelle
vene, raggiungendo ogni più intimo lembo del suo
corpo. Un piacevole brivido gli percorse le
membra a mano a mano che le infinitesimali
particelle odorose rigeneravano i tessuti.
I sensi, acuiti
dalla metamorfosi prodotta dal composto
profumato, esaltarono le percezioni acuendo i
suoni e gli odori. Rombò nei timpani il rumore
del traffico proveniente dalla piazza su cui si
affacciava il palazzo dove abitava. Colse brani
di frasi scambiate negli appartamenti al di là
dei muri delle sue stanze, stridio di mobili
spostati, colpi di tacchi sui pavimenti, speaker
di radio e televisioni, suoni che gli
procurarono una fitta lancinante ai padiglioni
auricolari. Sollevò il capo e sigillò l'ampolla.
Con cura serrò il forziere e lo ripose nello
stipo. Per qualche minuto stette con i palmi
delle mani premuti sugli orecchi finché i rumori
che lo frastornavano si acquietarono.
Ora controllava i
suoi sensi, che si sarebbero acuiti solo a
comando. Avvolse attorno al corpo, più stretta,
la leggera vestaglia e aprì la finestra che dava
su un ampio terrazzo. Dall'appartamento che
abitava da qualche settimana, all'ultimo piano
di un ricco palazzo nel centro cittadino, poteva
osservare la piazza sottostante, i tetti dei
palazzi di fronte, e, oltre a essi, la guglia
più alta del Duomo sulla cui cima brillava la
statua dorata della Madonnina. Volse lo sguardo
verso il basso. Le auto che si muovevano
lentamente attorno alle aiuole poste al centro
della piazza erano giocattoli, e insetti le
persone che camminavano sui marciapiedi,
sostavano ai semafori, entravano e uscivano dai
bar e dai portoni.
Si era trasferito
a Milano con l'intenzione di soggiornarvi per
alcuni mesi, un tempo sufficiente per
rimpinguare le sue finanze e al contempo
limitato, così da far sbiadire negli anni a
venire il suo ricordo.
Era già stato in
quella città. Più di duecento anni prima aveva
abitato in un quartiere poco distante. Cercò
mentalmente di ricostruire l'ubicazione del suo
antico alloggio aiutandosi con la posizione
delle guglie del Duomo. Più a destra, ricordò:
accanto al teatro costruito poco prima del suo
arrivo e di cui già si favoleggiava anche a
Parigi per la ricchezza delle messe in scena e
per gli artisti che vi operavano; un luogo nel
quale aveva passato soavi momenti ascoltando le
musiche di Salieri e di Mozart. Altre volte,
dopo allora, era tornato in quella città, ma
solo di passaggio per sostarvi un giorno o una
notte. Non conosceva quindi le recenti
trasformazioni e soprattutto chi e quanti dei
suoi simili vi abitassero. Era certo che altri
uomini dalla lunga vita vivessero lo loro
esistenza, prospera o miserabile, dietro le mura
di quei palazzi o nelle loro cantine, perché le
città, come anonimi alveari, li attraevano e li
occultavano.
Poggiò le mani
sulla balaustra in marmo, come migliaia di volte
aveva fatto alzandosi al mattino e uscendo sulle
terrazze delle stanze che aveva abitato, per
godere del primo sole. Un godimento al quale
raramente si sottraeva. In quel momento la gioia
di vivere gli pulsava prepotente nelle vene.
Serrò gli occhi e odorò l'aria dal sapore
metallico, acidulo, greve dello scarico dei
veicoli che intasavano la città.
Una campana batté
sorda lontano, dal campanile di una chiesa in
periferia. Il colpo gli tuonò nella testa, e
come sempre più spesso accadeva quando un suono,
un odore o un evento richiamava dai più profondi
recessi della sua mente, ove era stipata, cheta
e domata, l'infinita quantità di ricordi, essa
infranse le barriere della ragione che la
conteneva, e dilagò in ogni spazio della
memoria.
Senza volerlo,
con un brivido, fu di nuovo a Parigi, quando,
più di duecento anni prima, il colpo del cannone
d'allarme di Ponte Nuovo chiamava a raccolta i
cittadini in una capitale travolta da una
rivoluzione lorda di sangue, di terrore, di
morte.
Frammenti di
orride scene che andavano componendosi in un
mutevole mosaico dove ogni elemento
incastrandosi in un altro formava un quadro
compiuto gli balenarono nella mente: lampi rossi
di sangue, teste mozzate, spade e mannaie
grondanti di materia sanguinolenta, e sopra ogni
cosa l'odore, il fetido e putrido odore di
morte.
E le urla: quelle
urla di terrore che da ogni anfratto della città
tormentavano il suo udito a ogni ora del giorno
e della notte, mai dome, mai fievoli;
supplichevoli, ossessive, che ancora rombavano
nella sua mente. Si sentì risucchiare nel tempo,
come già altre volte era successo, indietro,
indietro e ancora indietro.
Riaprì gli occhi
alle grida della folla provenienti dalla vasta
piazza rettangolare di fronte al palazzo.
Appoggiato con le mani alla balaustra del
balcone fissò le vecchie e macilente case poste
ai tre lati della piazza su cui si affacciava la
sua residenza: casamenti dagli intonaci
scrostati e gonfi di umidità che rivelavano
sprazzi di vecchi mattoni rossi ammuffiti. Alle
finestre, per contenere il poco calore diffuso
delle cucine, al posto dei vetri infranti e mai
sostituiti erano stati incollati fogli di
giornale o pezze di stoffa di vario colore. Alzò
lo sguardo sulla folta selva di comignoli
raggruppati sui tetti laddove le canne fumarie,
attraversando verticalmente i piani, spandevano
fili di fumo nell'aria grigia e tersa a indicare
che sui focolari cuoceva il vitto di
mezzogiorno. Gabbiotti con in cima una
finestrella coperta da uno straccio sporgevano
dalla struttura rettangolare degli edifici. Nei
minuscoli locali, attraverso un foro sul
pavimento che dava direttamente sulla piazza, i
condòmini svolgevano le funzioni corporali
lordando la parte di piazza sottostante. Non
poté trattenersi dal torcere la bocca in una
smorfia di disgusto. Il tanfo, oramai divenuto
consueto per gli abitanti della piazza,
oltraggiava le sue delicate narici ogni volta
che si affacciava.
Biancheria,
drappi e bandiere tricolori erano stese ai
balconi mentre al centro dello spiazzo in terra
battuta, in piedi su una carrozza scoperta,
stava il laido Marat che arringava una
moltitudine di disperati e miserabili assassini
nell'anno di grazia 1792, anno primo della
Rivoluzione.
A ogni frase del
tribuno rispondeva l'urlo della folla e il grido
“A morte!”
Il medico
rivoluzionario Marat, sudicio come sempre, con
indosso la stessa camicia lercia che non
cambiava da mesi, i capelli arruffati e
aggrovigliati, il corpo coperto da eruzioni
puzzolenti dovute alla lebbra, teneva uno dei
suoi soliti discorsi da fanatico sanguinario.
Gli giunsero
brani di frasi: “...stanno tramando per
distruggere quello che voi avete creato con la
Rivoluzione!” “...i Sospetti hanno già un piano
e lo stanno mettendo in pratica!”
Conosceva alcuni
componenti della banda di criminali che
ascoltavano Marat agitando picche, sciabole e
mannaie.
Li aveva notati
ogni volta che scoppiavano torbidi per le vie di
Parigi -e questo oramai era quasi all'ordine del
giorno-, pronti a seminare discordia per
depredare qualche povero diavolo, magari
accusandolo di tradimento della rivoluzione e
spedendolo alla ghigliottina di Place du
Carrousel. La macchina aveva preso a mozzare
teste qualche mese prima in Piazza della
Bastiglia, quindi era stata spostata in Place de
Grève allorché il suolo, non assorbendo più il
sangue versato, andava rapidamente in
putrefazione diffondendo uno spaventoso odore
che si spandeva ovunque.
Il luogo era
divenuto meta di cani randagi affamati, di
legioni di topi che uscivano dalle fogne e
aggredivano i rari passanti a volte uccidendoli
e sbranandoli. Lo stesso problema si era
presentato dopo alcuni giorni in Place de Grève,
e quando gli abitanti dei palazzi che si
affacciavano sulla piazza -nauseati dall'odore e
dalla vista del sangue che uscendo a fiotti dai
corpi decapitati ristagnava sul suolo- si erano
violentemente ribellati, il boia Sanson aveva
deciso di spostare la ghigliottina in Place du
Carrousel.
In prima fila
scorse il Cittadino Maillard che veniva spesso
nel suo negozio di Rue Pont Saint Michel per
acquistare profumi con cui cercava di levarsi di
dosso l'odore del sangue delle sue vittime.
Dietro gli stavano altri briganti che
scorrazzavano abitualmente per la città,
anch'essi suoi occasionali clienti. Tutti
cercavano di purificarsi mondando i corpi lerci
con le nobili essenze che pagavano a peso d'oro.
Maillard girò lo
sguardo e scorse l'uomo alla finestra. Lanciò un
urlo e indicandolo con lo spadone che teneva
nella mano destra gridò:
“Salute al
Cittadino Saint-François!” Subito altre urla e
grida di evviva si unirono alla prima
distogliendo l'attenzione da Marat che si girò
infuriato verso il balcone affacciato sulla
piazza per volgere lo sguardo su chi osava,
anche con la sola presenza, interrompere la sua
arringa. Lui sorrise alla piccola folla e fece
un cenno di saluto con la mano. La sua testa non
sarebbe valsa un soldo, dopo l'occhiata d'odio
lanciatagli dall'uomo sul carretto, se non si
fosse trattato del Conte di Saint-François, maestro
profumiere nella città di Parigi, che con le sue
profumazioni, acquistate in grande quantità da
Marat, permetteva al tribuno di sedere alla
Convenzione senza che gli si creasse attorno il
vuoto a causa del puzzo di guasto che esalava.
Il nome se lo era
attribuito qualche tempo prima, alla vigilia
della convocazione degli Stati Generali. Così
come si era
attribuito, durante la sua lunga vita, i nomi di
Vincent, De Laury, Liancourt, Montagna, Launay,
Pillault, Damien, Martin: lui, Renato Bianco, il
più grande profumiere d'Europa, René le
Florentin, come lo avevano battezzato i Parigini
al tempo in cui svolgeva la sua arte sotto il
regno di Caterina de' Medici, governatrice di
Francia dopo la morte del re Enrico II, in vece
dei figli corrotti e abulici.
Ancora ricordava
l'ingresso in Marsiglia, due secoli e mezzo
prima, nell'anno 1533, della timida, piccola e
grassoccia Caterina , la “duchessina” come lui
la chiamava, di solo quattordici anni, orfana di
Lorenzo de' Medici duca d'Urbino, promessa sposa
al duca d'Orléans, anch'egli quattordicenne, e
già con un'amante, la bella Diana di Poitiers di
vent'anni più anziana. A Caterina affibbiarono
subito il nome di Mercantessa, per l'origine
borghese e commerciale dei Medici, ma essendo
“nipote del Papa”, questo bastava per un
matrimonio d'interesse. Lui le era accanto, come
lo fu del resto per tutta la vita, profumiere
ufficiale di corte e consigliere. Aveva fatto
conoscere le essenze profumate ai Francesi, così
schizzinosi e sprezzanti verso gli Italiani e
così puzzolenti. I suoi aromi avevano
conquistato velocemente una corte che faceva
dell'apparenza e della promozione sociale una
questione di vita, soffocando i miasmi e i gli
acri odori provenienti da trasudazioni
ristagnanti di membra sudice.
E dopo i profumi
vennero i veleni, nella cui composizione fu
maestro. Droghe ammalianti che irretivano i
sensi, come l'essenza di glicine che portava
all'avvelenamento e alla morte tra estasi
sublimi, o sostanze fulminanti che abbattevano
in un batter di ciglia il guerriero più
vigoroso, più veloci di un dardo, più efficienti
di una stilettata.
Così si era
guadagnato potere tra le mille insidie di ogni
giorno, più infido, più ambiguo, più traditore
di coloro che della corruzione e dissolutezza
avevano fatto virtù.
“La colazione è
pronta,” sussurrò la voce alle sue spalle.
Si voltò. Basilio
era dietro di lui, la figura accartocciata
minuta e storta dentro un abito liso come
usavano i domestici di tanti anni prima. Quel
vecchio fedele, che portava sulle spalle tanti
anni più di lui, era sempre stato un mistero. Di
poche parole, non aveva desideri se non quello
di rimanere accanto a un padrone. Gli era stato
affidato in quella fatale notte del 1589, quando
-dopo la morte di Caterina e spentasi la
dinastia dei Valois con la scomparsa di Enrico
III- era stato incarcerato dagli sgherri di
Enrico IV, il Borbone. Nel pieno di una notte,
in un inverno gelido, qualcuno aveva aperto il
portone del palazzo. Gli sgherri silenziosamente
s'erano introdotti, avevano sgozzato i servi
colti nel sonno e, giunti alla conclusione del
loro piano, sicuri di poter agire oramai da
padroni del palazzo, erano entrati urlando nella
sua camera circondando il letto. Una mezza
dozzina di spade avevano trafitto la giovane con
cui divideva l'alcova, rannicchiata sotto le
coltri, e il sangue che usciva a fiotti da
quelle innocenti carni aveva inzuppato le
bianche lenzuola con macchie che si allargavano
a ogni fendente. Con le mani legate dietro la
schiena era stato trascinato attraverso i
corridoi fino a una carrozza, gettato sul fondo
e calpestato dalle guardie che si erano
accomodate sopra di lui.
Era stato
accusato di essere negatore di Dio, di
veneficio, di avere tramato contro i poteri
della corona e rinchiuso con spintoni e calci
nei sotterranei della prigione di Saint-Raphael,
dove l'umidità della Senna traspirava dai muri e
colava dal soffitto.
Da più di un'ora
se ne stava rannicchiato nel buio, cercando un
po' di tepore nel mantello che teneva
strettamente avvolto intorno alla sua persona,
quando percepì un rumore di paglia smossa
provenire da qualche parte dello stanzone
“Chi è là?”
gridò.
“Non abbiate
paura,” rispose fievole una voce. “Sono il
marchese di Rouen, imprigionato come voi.” E
dopo una lunga pausa: “Vi ho riconosciuto alla
luce della lanterna quando hanno aperto la
porta. Siete il conte Saint-François, vero?!”
Lui non aveva
risposto. Non valeva la pena replicare o
svelarsi a uno sconosciuto. Le prigioni erano
piene di spie, e se colui che aveva parlato non
era un delatore messogli accanto per carpirgli
qualche informazione non poteva certo ottenere
aiuto da un carcerato che probabilmente stava in
condizioni peggiori delle sue.
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